Non capisco il timore di Rosebud di suscitare un vespaio, e perché mai? La sua critica pacata merita di essere pubblicata e letta. Il cinema deve essere motivo di incontro, non di scontro, nel rispetto delle idee altrui. Tornando a “Cabaret”, effettivamente questo film non può essere definito un musical in quanto i sipari musicali (nel vero senso della parola, visto che la protagonista canta solo in un night) sono limitati nel tempo e nello spazio e non rappresentano l’anima del film. Film che potrebbe benissimo reggersi da solo anche senza canzoni (che fra l’altro sono anche piacevoli) anche se è vero che queste sono collegate nello spirito e nel tono agli avvenimenti esterni. Gli elementi a favore di questo film sono diversi, tra cui la scelta e la caratterizzazione dei personaggi principali, la loro recitazione, la fotografia, etc ma credo che il primo elemento resti l’intensa analisi del clima politico e sociale della Germania post Weimar e pre nazismo. Una nazione annichilita e umiliata da una gravissima crisi economica, sociale e politica che gettò il paese intero nelle mani folli ed assassine di quel malvagio Faust che fu il Nazismo che promise ad un popolo una nuova vita in cambio dell’anima. In un certo senso non è un film “politically correct”, come si direbbe oggi, in quanto il solito trito stereotipo del tedesco conquistatore e sghignazzante viene trascurato a favore della ricerca delle ragioni che caratterizzarono le scelte di quel difficile periodo storico. In “Cabaret” la Germania del 1932 viene rappresentata con un occhio psicologico, a volte inquietante e non certo scusante. La colpa dell’ascesa del Nazismo fu di buona parte della popolazione tedesca bramosa di riscatto e di sicurezza. Oggi si fa presto a dire che i tedeschi se la sono cercata, come in effetti se la sono cercata, ma il film cerca di mostrare anche le cause sociali di questa brama di riscatto fermandosi a pochi mesi prima dell’ascesa della dittatura e delle conseguenze che costarono poi 56 milioni di morti di cui 7 del solo popolo tedesco. Il film non vuol condannare ne giustificare queste scelte terribili che segnarono la metà del XX° secolo, mi sembra piuttosto che cerchi di mostrarle attraverso gli occhi dei protagonisti e le loro vicende e poi lascia ad ognuno il giudizio. I tedeschi furono tutti colpevoli o furono più pecoroni che colpevoli? Più stolti che cattivi? Più disperati che malvagi? Sicuramente furono in parte (ma quanta parte?) ammaliati dal quel perverso pifferaio che fu Hitler che promise ad una nazione in ginocchio lavoro e riscatto e quando si arriva a casa (ammettendo di avere una casa) con lo stomaco vuoto, sono tentazioni diaboliche che non auguro a nessuno di provare. Dopo 60 anni è giusto condannare ma anche comprendere che il male non nasce quasi mai dal nulla o addirittura per diletto. Nel suo piccolo, questo film ci aiuta. Efficace è il parallelo cabaret-vita reale. I drammi dell’antisemitismo, dell’anticomunismo, della povertà diffusa, del malcontento, della voglia di riscatto, vengono interpretati e rappresentati simbolicamente nelle canzoni, negli atteggiamenti, nei frizzi e lazzi, nella volgarità di un Cabaret equivoco, come tragico ed equivoco fu quel periodo storico. Un’ultima riflessione: le parole che Sally canta “cosa fai tutto solo seduto in una stanza, vieni nel Cabaret” sono semplicemente il malizioso invito ad una serata diversa o piuttosto il diabolico invito del Nazismo alla sua nazione genitrice di unirsi in un solo corpo e in un solo ideale che porteranno entrambi alla rovina e al genocidio? Quelle parole sono l’allegoria del Faust che stava per chiedere 7 milioni di morti in cambio di un possibile riscatto nazionale? Un bel film ma non certo un musical. Grazie per l’ospitalità. Dailyreader

24/09/2003
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