La prima cosa bella (2010)

| Genere | Commedia |
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| Recensione di billie |
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Il cinema italiano è morto? Anzi, gode di ottima salute, se il metro di giudizio sono pellicole come quest’ultimo lavoro di Paolo Virzì. Continua il momento creativo felice del regista livornese dopo il riuscitissimo “Tutta la vita davanti” del 2008. Stavolta però si torna in provincia, l’ambiente prediletto dal regista toscano. E il risultato è un film molto misurato, ben girato e ben raccontato; con interpreti convincenti e una scenografia mai scontata o bozzettistica. E il rischio ci sarebbe eccome! Eppure Virzì riesce nel miracolo dell’equilibrio, sospendendo emozioni e situazioni in un’atmosfera leggera, rarefatta che tuttavia nulla toglie alla profondità del racconto. Miscelando con cura e sapienza passioni, rancori, umori con colori e suoni dal gusto dolceamaro, ottiene una commedia vera, come da migliore tradizione italiana. Si parla della vita. La vita tout court, semplicemente. Così come viene, con gli eventi, le passioni, i dolori che porta. Il ritorno in provincia è foriero di personaggi umanamente ricchi e autentici che colpiscono talora per la loro incontenibile verbosità o per l’innata, generosa sincerità; ma non è tutto oro quello che luccica, la gramigna cresce anche in una piccola città come l’amata Livorno. Ecco quindi temi scottanti come la violenza domestica, l’educazione dei figli e i danni che genitori poco accorti o semplicemente privi degli strumenti culturali adeguati, possono causare alla loro psiche. Tant’è che Mastandrea-Bruno si porterà dietro per tutta la vita le ferite dell’infanzia, invischiato in problemi di droga e di fondamentale incapacità relazionale; in bilico tra l’amore e il disprezzo per una madre la cui straripante passione per la vita la porta a dibattersi tra un amante e l’altro, un’anima in pena ma fondamentalmente libera, alla continua ricerca di emozioni, il sale dell’esistenza. La narrazione si articola in una serie funambolica di flashbacks continui che ripercorrono la vita dei protagonisti, dandoci le informazioni necessarie all’approfondimento psicologico dei caratteri. Lo spettatore rimane incollato allo schermo, cullato da una colonna sonora ricca e variegata, blandito da trovate efficaci, come la pallonata improvvisa che scuote Mastandrea dal sonno, introducendo così il protagonista. Un film colorato, vivace, con una macchina da presa che sottolinea i momenti emotivamente più intensi con un ritmo concitato e incalzante. Anche il suono fà la sua parte, creando stacchi e veicolando l’attenzione sul personaggio. Molto bella la ripresa finale dall’alto della camera da letto della Sandrelli morente, suggestiva sequenza con cui Virzì riesce a comunicare l’avvenuto trapasso con una delicatezza e una sensibilità non comuni.
Gioiellino
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