Il riccio (2009)

| Genere | Drammatico |
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| Recensione di billie | |
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Il film è tratto dal fortunatissimo romanzo di Muriel Barbery “L’eleganza del riccio” pubblicato in Francia dalle edizioni Gallimard nel 2006 e edito in Italia da “e/o” nel 2008. La pellicola di Mona Achache incorre purtroppo nel classico difetto di ogni trasposizione filmica di un best seller; così non si va molto oltre la mera illustrazione del testo, pur con le sue arbitrarie modifiche e tagli, risultati pertanto alquanto sgraditi all’autrice del volume che si è prontamente dissociata dalla sceneggiatura. Assistiamo dunque ad un film visivamente sciapo, senza alcuna originalità o trovata visiva degna di nota: la macchina da presa si muove prevalentemente in ambienti chiusi a scavare i personaggi, alla ricerca della loro vita segreta, dei loro pensieri nascosti, affidandosi alla voce narrante di Paloma, scelta dalla regista come personaggio principale che raccorda, col suo racconto visivo e verbale, le storie dei suoi familiari, di Renée e Monsieur Ozu. La narrazione si serve infatti anche dell’ausilio di una videocamera che l’originale ragazzina maniacalmente maneggia per la maggior parte del film, commentando contestualmente le immagini riprese con descrizioni brevi ma incisive dei personaggi di volta in volta ritratti. Ad ogni modo la vicenda o, meglio, l’intreccio delle due storie di Renée e di Paloma, rimane avvincente, soprattutto per chi non ha avuto il piacere di affrontare la lettura del romanzo. Pregevoli anche un paio di animazioni realizzate da Cecile Rousset, dense e toccanti. Come affascinanti sono pure i disegni della ragazzina, segnati da un’evidente influenza del gusto giapponese che, del resto, permea l’intera pellicola, tra citazioni cinematografiche, tè, teiere e cibi esotici. Inoltre, come ogni traduzione filmica che si rispetti, si cerca di rimediare alla scarsità di materiale originale con una scelta degli interpreti accurata e ben riuscita: Renée e Paloma, ma anche Monsieur Ozu, portati sullo schermo rispettivamente da Josiane Balasko, Garance Le Guillermic e Togo Igawa sono senz’altro convincenti. Molto brava, in particolare, la Balasko che riesce con sicurezza e leggerezza ad attraversare più registri espressivi, dal patetico al tragico al comico. Divertenti alcune sequenze in casa del gentiluomo giapponese, specialmente quella, memorabile anche nel libro, della visita in bagno da parte della portinaia. Una nota positiva la merita anche la scenografia, accurata e puntuale nel rendere il correlativo oggettivo della vita interiore dei personaggi. Ma le battute e l’evoluzione della vicenda risultano spesso un po’ forzate come a voler cercare di far entrare la complessa e articolata materia romanzesca nel ristretto spazio di un’ora e quaranta minuti del film. Le sequenze hanno un sapore piuttosto frammentario, con temi e storie che faticano ad integrarsi in un tutt’uno fluido. La fotografia non è degna di particolare note, se si esclude un bel primo piano su Paloma in cui il chiaro scuro sul suo volto si modifica evidenziando la profondità del suo pensiero sulla morte come reale tragedia dell’esistenza che cancella, da un momento all’altro, tutti gli affetti. Insomma un film che pur non essendo veramente brutto forse ci si poteva anche risparmiare per concentrare l’energie su qualcosa di più autentico e originale o, al limite, su una rilettura più vivace e visivamente interessante del testo della Barbery.
Sonnolento
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