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  <title>Filmagenda: recensioni</title>
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    <name>Team Filmagenda</name>
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    <title>Amityville Possession (1982)</title>
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      <name>lelottodix</name>
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    <updated>2010-07-28T17:46:44Z</updated>
    <summary>UN RAGAZZO TRASLOCA,INSIEME ALLA SUA FAMIGLIA, IN UNA NUOVA CASA 
DALL'ASPETTO SINISTRO, COSTRUITA SU UN ANTICO CIMITERO INDIANO...
NON MOLTO TEMPO DOPO IL GIOVANE COMINCIA A DARE CHIARI E SEMPRE PIU' GRAVI SEGNI DI POSSESSIONE, 
FINO A COMMETTERE LA STRAGE DI TUTTI I SUOI FAMILIARI. UN PRETE DEL LUOGO INTUISCE 
CIO' CHE STA SUCCEDENDO E CERCA DI SALVARE IL RAGAZZO, BENCHE' VENGA
OSTACOLATO DAI PROPRI SUPERIORI...ALLA FINE CI RIUSCIRA'...PAGANDO, PERO', 
UN PREZZO ALTISSIMO E CHIAMANDO SU DI SE' LO SPIRITO MALIGNO.
FILM VALIDO, TESO E CONVINCENTE. OVVIAMENTE, PER GLI AMANTI DEL GENERE... VOTO: 7,5. 
RECENSIONE DI LELOTTODIX 


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    <title>Green Zone (2010)</title>
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      <name>Luca</name>
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    <updated>2010-04-21T17:39:29Z</updated>
    <summary>Io non ho mai capito niente del complesso intreccio di origini, autori e messe in scena della serie di spionistici su Bourne scritti da Ludlum, interpretati da Matt Damon e girati da AAVV tra cui Greengrass.
Non ne ho mai capito perch&#233; non me ne sono occupato: il thriller spionistico non mi appassiona e mi intrattiene solo quando &#232; estremamente ben narrato e girato. Il primo Bourne mi ha un po' annoiato e l'ho mollato l&#236;.

Quindi quando vedo Greengrass e Matt Damon non capisco che in questo caso Luldum non c'entra ed &#232; un'altra roba, al cinema ci capito quasi per caso e invece che a un thriller spionistico un po' fighetto con Damon fuori parte mi trovo davanti a un filmone di guerra coi fiocchi, i cui difetti (dialoghi un pochino semplicistici forse a causa della traduzione, eccesso di mano libera parkinsoniana di Greengrass, Damon ancora fuori parte, ma meno) sono nettamente inferiori ai pregi (ritmo mozzafiato, buona sceneggiatura, montaggio davvero notevole).

Pregi tra cui non rientra necessariamente l'onest&#224;: denunciare il fatto (e metterlo nero su bianco) che le WMD siano state una bufala non &#232; coraggioso, oggi: lo sarebbe stato cinque anni fa. Oggi &#232; solo scontato (magari non negli States, ma vabb&#232;, io sono qui).

In ogni caso, al di l&#224; di un'ingenuit&#224; e semplificazioni (esercito e CIA son fatti di gente onesta, i cattivi sono tutti tra i politici e il loro braccio armato, ovvero forze speciali e contractors) sta tutto in piedi, la macchina fila liscia, il filo del discorso e il tempo volano anche quando si perde un po' il filo del discorso; come in ogni buon thriller, d'altra parte. </summary>
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    <title>The Hurt Locker (2008)</title>
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      <name>Luca</name>
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    <updated>2010-03-17T17:09:05Z</updated>
    <summary>Il sergente William James &#232; un pazzo come se ne incontrano tanti in guerra. Ancora di pi&#249; perch&#233; oltre ai rischi impliciti nel fare il soldato, la sua specializzazione &#232; giocare a roulette con la morte. 

Fa l'artificiere, il sergente William James, e ci tiene a far bene il suo mestiere: ci tiene a rischiare la pelle. Estremo (e ultimo, verrebbe da sperare) esempio di una galleria di maschi ossessivi, perfezionisti al limite del suicida (di solito protagonisti di film di Michael Mann), i maschi testosteronici del nuovo millennio sono affetti da cupio dissolvi, da un parossistico desiderio di annullarsi nella propria missione, che siano crimilani, poliziotti, soldati o terroristi, antieroi e eroi convergono verso l'unico destino possibile: il suicidio.

Il resto &#232; guerra: sporca, calda, polverosa, fotografata e montata in modo impeccabile e senza il minimo possibile accenno di giudizio, punto di vidta presa di posizione: Hurt Locker sono due ore di mestiere folle e incomprensibile in un paese ostile, presi di mira da un popolo ostile, cercando di disinnescare ordigni per... per cosa esattamente?

Non per diventar famosi e nemmeno tanto per vincere la guerra, e alla fine neanche per far bene il proprio lavoro. Per sfuggire all'orrore del quotidiano, verrebbe da dire guardando un'insensata distesa di prodotti tutti uguali. O per fare la differenza, mantenere la dioversit&#224; rifiutando in un mondo dove l'unica scelta possibile per sopravvivere &#232; diventare uguali a tutti gli altri.</summary>
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    <title>Il Presidente del Borgorosso Football Club (1970)</title>
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      <name>franco montecristo </name>
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    <updated>2010-02-26T18:13:05Z</updated>
    <summary>Un grande Alberto,ci delizia per due ore,con un'interpretazione bipolare.Ovvero, abbiamo inizialmente un Sordi,che costruisce un personaggio viscido e gelatinoso esterno al mondo  dinamico e denaroso del calcio.Anzi ripudia vivamente questa societ&#224; nella societ&#224;.Ma il calcio come una malattia, pian piano, lo contagia sempre pi&#249; nelle sue forme brutali.Disprezzo assoluto degli avversari prima,poi dei suoi stessi tifosi.Diviene una persona irricoscibile, un ribaltamento di personalit&#224;.E qu&#224; entra in campo(in tutti i sensi)un'interpretazione cinica e arrogante,degna dei suoi migliori trasformismi.Padre padrone della squadra,non solo,ma ne diviene anche uno stratega tecnico,licenziando l'allenatore  sedendosi lui stesso in panchina.Sopraffatto dal potere di regressione che ti concedono le masse(in questo caso i tifosi),nel suo delirio incontrollabile, crema tutte le sue risorse economiche per soddisfare l'idolatria isterica che i supporters hanno nei suoi confronti.Una pietra miliare del cimema-calcio.</summary>
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    <title>La prima cosa bella (2010)</title>
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      <name>billie</name>
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    <updated>2010-02-01T22:36:43Z</updated>
    <summary>Il cinema italiano &#232; morto? Anzi, gode di ottima salute, se il metro di giudizio sono pellicole come quest&#8217;ultimo lavoro di Paolo Virz&#236;. Continua il momento creativo felice del regista livornese dopo il riuscitissimo &#8220;Tutta la vita davanti&#8221; del 2008. Stavolta per&#242; si torna in provincia, l&#8217;ambiente prediletto dal regista toscano. E il risultato &#232; un film molto misurato, ben girato e ben raccontato; con interpreti convincenti e una scenografia mai scontata o bozzettistica. E il rischio ci sarebbe eccome! Eppure Virz&#236; riesce nel miracolo dell&#8217;equilibrio, sospendendo emozioni e situazioni in un&#8217;atmosfera leggera, rarefatta che tuttavia nulla toglie alla profondit&#224; del racconto. Miscelando con cura e sapienza passioni, rancori, umori con colori e suoni dal gusto dolceamaro, ottiene una commedia vera, come da migliore tradizione italiana.
 Si parla della vita. La vita tout court, semplicemente. Cos&#236; come viene, con gli eventi, le passioni, i dolori che porta. Il ritorno in provincia &#232; foriero di personaggi umanamente ricchi e autentici che colpiscono talora per la loro incontenibile verbosit&#224; o per l&#8217;innata, generosa sincerit&#224;; ma non &#232; tutto oro quello che luccica, la gramigna cresce anche in una piccola citt&#224; come l&#8217;amata Livorno. Ecco quindi temi scottanti come la violenza domestica, l&#8217;educazione dei figli e i danni che genitori poco accorti o semplicemente privi degli strumenti culturali adeguati, possono causare alla loro psiche. Tant&#8217;&#232; che Mastandrea-Bruno si porter&#224; dietro per tutta la vita le ferite dell&#8217;infanzia, invischiato in problemi di droga e di fondamentale incapacit&#224; relazionale; in bilico tra l&#8217;amore e il disprezzo per una madre la cui straripante passione per la vita la porta a dibattersi tra un amante e l&#8217;altro, un&#8217;anima in pena ma fondamentalmente libera, alla continua ricerca di emozioni, il sale dell&#8217;esistenza.
La narrazione si articola in una serie funambolica di flashbacks continui che ripercorrono la vita dei protagonisti, dandoci le informazioni necessarie all&#8217;approfondimento psicologico dei caratteri. Lo spettatore rimane incollato allo schermo, cullato da una colonna sonora ricca e variegata, blandito da trovate efficaci, come la pallonata improvvisa che scuote Mastandrea dal sonno, introducendo cos&#236; il protagonista. Un film colorato, vivace, con una macchina da presa che sottolinea i momenti emotivamente pi&#249; intensi con un ritmo concitato e incalzante. Anche il suono f&#224; la sua parte, creando stacchi e veicolando l&#8217;attenzione sul personaggio.
Molto bella la ripresa finale dall&#8217;alto della camera da letto della Sandrelli morente, suggestiva sequenza con cui Virz&#236; riesce a comunicare l&#8217;avvenuto trapasso con una delicatezza e una sensibilit&#224; non comuni.

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    <title>Soul Kitchen (2009)</title>
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      <name>billie</name>
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    <updated>2010-01-24T22:46:39Z</updated>
    <summary>Film divertente ed accattivante. Fatih Ak&#305;n, al suo secondo lungometraggio, vira bruscamente verso la commedia e riesce, molto furbescamente, a catturare l&#8217;attenzione del pubblico con trovate semplici ma efficaci. La musica &#232; il primo ingrediente, fondamentale, della ricetta vincente. Musica che nutre l&#8217;anima, che, cio&#232;, sostanzia il film, quasi alla stregua di un videoclip, abbandonando il suo tradizionale ruolo di commento sonoro, marginale rispetto al dispiegarsi della storia per immagini. Ma anche l&#8217;aspetto visivo &#232; molto curato: d&#8217;effetto ma efficaci le sequenze in cui la macchina da presa gira attorno al soggetto, per ritrarre il personaggio a 360&#176; e dilatare i tempi del racconto, quasi a creare una pausa nel ritmo serrato della narrazione. La sceneggiatura snocciola trovate intelligenti anche se chiaramente intenzionate a sorprendere, divertendo, lo spettatore.
 Ad ogni modo la pellicola non risulta quasi mai banale e scontata e quando invece incorre in questi difetti riesce comunque a mantenere la leggerezza di tono che colora tutto il film di tinte vivaci e ben accostate. La cucina e il sesso sono, giustamente, pretesti per parlare dei rapporti tra persone, della vita tout court, in un universo multicolore, prima che multietnico, in cui le differenze sono di tipo etico, pi&#249; che razziale. In una Germania in cui c&#8217;&#232; spazio per un confronto diretto ed autentico con le varie etnie di seconda e terza generazione, bench&#233; forse persista un pregiudizio sociale, personificato dall&#8217;amico del protagonista, cos&#236; sicuro nel suo proposito di espropriare Zinos del suo strampalato locale. Un&#8217;umanit&#224; ricca e multiforme, comunque, ritratta con rapide pennellate che riescono a renderne quel minimo di spessore psicologico necessario che fa dei personaggi qualcosa di pi&#249; di semplici macchiette.
Una commedia quindi, una commedia musicale che per poco non sconfina nel musical tradizionale. Che lascia una gran voglia di ricacciar fuori vecchi dischi degli anni &#8217;70, da Kool and the Gang a Quincy Jones.
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    <title>Il riccio (2009)</title>
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    <updated>2010-01-19T00:03:55Z</updated>
    <summary>Il film &#232; tratto dal fortunatissimo romanzo di Muriel Barbery &#8220;L&#8217;eleganza del riccio&#8221; pubblicato in Francia dalle edizioni Gallimard nel 2006 e edito in Italia da &#8220;e/o&#8221; nel 2008.
La pellicola di Mona Achache incorre purtroppo nel classico difetto di ogni trasposizione filmica di un best seller; cos&#236; non si va molto oltre la mera illustrazione del testo, pur con le sue arbitrarie modifiche e tagli, risultati pertanto alquanto sgraditi all&#8217;autrice del volume che si &#232; prontamente dissociata dalla sceneggiatura. 
Assistiamo dunque ad un film visivamente sciapo, senza alcuna originalit&#224; o trovata visiva degna di nota: la macchina da presa si muove prevalentemente in ambienti chiusi a scavare i personaggi, alla ricerca della loro vita segreta, dei loro pensieri nascosti, affidandosi alla voce narrante di Paloma, scelta dalla regista come personaggio principale che raccorda, col suo racconto visivo e verbale, le storie dei suoi familiari, di Ren&#233;e e Monsieur Ozu. La narrazione si serve infatti anche dell&#8217;ausilio di una videocamera che l&#8217;originale ragazzina maniacalmente maneggia per la maggior parte del film, commentando contestualmente le immagini riprese con descrizioni brevi ma incisive dei personaggi di volta in volta ritratti. Ad ogni modo la vicenda o, meglio, l&#8217;intreccio delle due storie di Ren&#233;e e di Paloma, rimane avvincente, soprattutto per chi non ha avuto il piacere di affrontare la lettura del romanzo. Pregevoli anche un paio di animazioni realizzate da Cecile  Rousset, dense e toccanti. Come affascinanti sono pure i disegni della ragazzina, segnati da un&#8217;evidente influenza del gusto giapponese che, del resto, permea l&#8217;intera pellicola, tra citazioni cinematografiche, t&#232;, teiere e cibi esotici.
Inoltre, come ogni traduzione filmica che si rispetti, si cerca di rimediare alla scarsit&#224; di materiale originale con una scelta degli interpreti accurata e ben riuscita: Ren&#233;e e Paloma, ma anche Monsieur Ozu, portati sullo schermo rispettivamente da Josiane Balasko, Garance Le Guillermic e Togo Igawa sono senz&#8217;altro convincenti. Molto brava, in particolare, la Balasko che riesce con sicurezza e leggerezza ad attraversare pi&#249; registri espressivi, dal patetico al tragico al comico. Divertenti alcune sequenze in casa del gentiluomo giapponese, specialmente quella, memorabile anche nel libro, della visita in bagno da parte della portinaia. Una nota positiva la merita anche la scenografia, accurata e puntuale nel rendere il correlativo oggettivo della vita interiore dei personaggi.  
Ma le battute e l&#8217;evoluzione della vicenda risultano spesso un po&#8217; forzate come a voler cercare di far entrare la complessa e articolata materia romanzesca nel ristretto spazio di un&#8217;ora e quaranta minuti del film. Le sequenze hanno un sapore piuttosto frammentario, con temi e storie che faticano ad integrarsi in un tutt&#8217;uno fluido. La fotografia non &#232; degna di particolare note, se si esclude un bel primo piano su Paloma in cui il chiaro scuro sul suo volto si modifica evidenziando la profondit&#224; del suo pensiero sulla morte come reale tragedia dell&#8217;esistenza che cancella, da un momento all&#8217;altro, tutti gli affetti.
Insomma un film che pur non essendo veramente brutto forse ci si poteva anche risparmiare per concentrare l&#8217;energie su qualcosa di pi&#249; autentico e originale o, al limite, su una rilettura pi&#249; vivace e visivamente interessante del testo della Barbery.
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    <title>Novecento Atto II (1976)</title>
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      <name>ten</name>
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    <updated>2010-01-17T11:34:53Z</updated>
    <summary>Rivisto a decenni di distanza, in et&#224; adulta, e pertanto svincolato dall&#8217;emotivit&#224; giovanilistica, trovo Novecento, presuntuoso affresco del secolo scorso fino allo spartiacque registico della &#8220;nuova era&#8221; fissato nella &#8220;liberazione&#8221; dell&#8217;aprile 1945 (addirittura all&#8217;epoca -1976- premiato con l&#8217;oscar!!!), un film orribile e disgustoso, figlio dei suoi tempi, gli anni settanta che segnarono l&#8217;avanzata del Partito Comunista Italiano nel panorama politico del nostro paese (fino a farne addirittura il partito comunista pi&#249; forte d&#8217;occidente),una formazione politica che la cultura profonda del paese, e per essa intendo quella di cui erano forgiate le masse popolari, aveva sempre rifuggito e respinto al mittente sovietico, perch&#233; distante dalla sua sensibilit&#224; e dal suo sentire pi&#249; vero ed autentico, basico.
Eppure (formidabili quegli anni avrebbe detto e scritto poi tal Capanna) il &#8220;partito degli intellettuali&#8221; (comodamente accucciato sotto il caldo giaciglio del PCI di allora) a quei tempi spadroneggiante sarebbe riuscito ad imporre in tutti i settori della vita del nostro paese, e purtroppo anche in quello delle arti, la sua distorta, unidimensionale, materialistica visione del mondo, portato della triste e miope chiave di lettura imperniata sul binomio struttura-sovrastruttura di matrice marxista, incoraggiando foraggiando sospingendo tutelando autentici orrori come Novecento, che nella prospettiva di conquista del potere politico attraverso l&#8217;egemonia culturale di gramsciana ispirazione costituivano gli schematismi ideologici da trasmettere alle masse come facili, immediati, infantili paradigmi rivoluzionari.
Dei detti semplicistici messaggi, di subitanea presa e suggestione, dalla terminologia obsoleta eppure violentemente, irresponsabilmente efficace, citato a iosa nella pellicola, per non dire pantocratico, si staglia su tutti nel &#8220;capolavoro&#8221; in esame, sprezzantemente pronunciato, il termine &#8220;padrone&#8221;, nel quale andava identificato sempre e comunque il nemico da abbattere per la costruzione della societ&#224; degli eguali e contro il quale riversare l&#8217;odio di classe derivante dalla propria sfortunata condizione: al riguardo(e tocca ancora citare l&#8217;ineffabile Capanna, veramente formidabili quegli anni, se allora era cos&#236; semplice ammannire tali illusioni!) appare tanto contraddittoria quanto ipocrita, oltreche&#8217; naturalmente strumentale (pro domo sua, nel senso di carriera cinematografica), la intransigente, violenta, irriducibile difesa delle masse sfruttate fatta dalla comoda posizione di intellettuale della sinistra da salotto (il super borghese Bertolucci e la sua percezione libresca della &quot;classe&quot; operaia e di quella dei contadini, empatia molto di moda, di tendenza, come si direbbe oggi, in quegli anni).
E dal prefato, ahinoi illustrativo, ermeneutico messaggio di base, non pu&#242; non leggersi diversamente l&#8217;opera, fatta di immagini decadenti come quelle girate al Quisisana di Capri, con gli efebi dell&#8217;isola che si vendono sessualmente ai ricchi turisti per mangiare ed il fascista corrotto che passa la cocaina al fotografo che ritrae la bellissima Sanda nuda, futura moglie di Alfredo Berlinghieri, il padroncino erede (interpretato da un giovanissimo Bob De Niro):nei detti fotogrammi c&#8217;&#232; la rappresentazione (falsa) di una societ&#224; decadente, molle, dai costumi lascivi,di una societ&#224; negativa a prescindere quale quella allignante sotto il moralismo fascista (un ritratto oleografico che &#232; tutto e solo nella testa del politicizzato regista), con &#8220;l&#8217;aristocrazia&#8221; descritta nella sua veste peggiore, con i suoi vizi, i suoi pregiudizi, le sue falsit&#224;.
E poi la obsoleta, ma allora molto in voga, lettura del fenomeno del fascismo come cane da guardia del capitalismo, di stampo marxista, (smentita di li a qualche anno dai meritori, sofferti studi del grande De Felice, tanto avversati), con i fascisti dipinti come rozzi, cafoni parvenu in divisa, cooptati al salotto buono della borghesia per tutelarne gli interessi egoistici (l&#8217;immagine emblematica &#232; costituita dal fascista-bestia -non per niente fa di nome, guarda un p&#242;, Attila- plebeo con la divisa che sale con gli stivali sulla tavola durante i sontuosi festeggiamenti del matrimonio di Alfredo, con tanto di scandaloso ingresso in casa di cavallo dono per la nuova padrona).
E mentre in contrapposizione ci viene mostrata l&#8217;umile servit&#249; confinata in cucina, dall&#8217;altra parte si mette in squallida evidenza che Alfredo Berlinghieri- Bob De Niro alla morte del padre ha ereditato non solo le sue fortune economiche ma anche una sorta di corte dei miracoli, un reticolo di cortigiani al quale Bertolucci fa esprimere tutte le negativit&#224; della borghesia contro la quale deve scagliarsi l&#8217;odio di classe, e cio&#232; il suo marciume e  la sua volgarit&#224;, tutelata dal fascismo utlizzato a mezzo della concessione degli &#8220;avanzi&#8221; (Attila dixit, ripreso in un momento di rara consapevolezza).
Un film orribile, di assoluto squallore morale eppure premiato con l&#8217;oscar (tocca ripetersi: formidabili per alcuni quei tempi di spinte politiche pi&#249; forti di qualunque cosa, anche della pi&#249; elementare forma di decenza), sorretto da un soundtrack cupo ed asfittico, quasi infernale (non ce ne voglia lo strumentalizzato maestro Morricone, coinvolto in tale complessiva bruttezza), interpretato da attori di assoluto valore ma fatti agire in un contesto pesantemente e marcatamente malvagio ed oltremisura abbrutiti moralmente e non solo (la grande Alida Valli veste la maschera dell'insopportabile, rancorosa frustrata), che l&#8217;amicizia tra Alfredo ed il contadino Olmo (un Depardieu sbarbatello) cresciuti insieme da ragazzi (quest&#8217;ultimo poi accusato perch&#233; comunista, come comodo capro espiatorio, di un infame delitto- appare facile individuare nella vicenda il voluto parallelo registico con la allora inquietante vicenda che coinvolse l&#8217;anarchico Valpreda- a conferma di una prova di militanza politica del director) anche se cos&#236; diversi non serve a stemperare (il finale con i medesimi protagonisti &#232; infatti vieppi&#249; ambiguo, patetico e falso).
La riflessione pertanto non pu&#242; non sovvenire spontanea, con riferimento soprattutto a quei violenti, ideologizzati, terribili anni settanta:quanto male hanno potuto fare filmacci come questo, quanto odio hanno potuto instillare tra la gente, in nome di una strategia  politica che doveva avere nella cinematografia e nelle sue suggestioni uno strumento di punta. Un inno alla rivolta, un supporto irresponsabile alla causa politica che avrebbe potuto costituire viatico ideologico alla escalation terroristica di quegli anni, attraverso la propalazione di stereotipi obsoleti ed anacronistici, con la plastica contrapposizione tra la semplicit&#224; della classe dei contadini, con le sue ritualit&#224; primitive ma genuine e sane ed il padrone, corrotto nei costumi e nemico del popolo di cui sfrutta il lavoro, da distruggere, anche con il sostegno di una verbalit&#224; pesantemente violenta, pericolosa; con l&#8217;altro target ben individuato da colpire, costituito dalla chiesa cattolica e dalle sue connivenze con il fascismo (il clerico-fascismo), quel fascismo assassino e violento servo della borghesia parassitaria che sfrutta la classe lavoratrice (il fascismo come strumento della conservazione pi&#249; bieca e retrograda, reazionaria).
In questo orribile, angosciante Novecento di Bertolucci, in una ottica marxista, materialista ed atea,con chiave di lettura da rapporti economici che determinano le relazioni umane e la monotematica, unidimensionata dialettica servo-padrone, si riscontra la rappresentazione di una societ&#224; cos&#236; orripilante, corrotta e schifosa, dove l&#8217;orrore non sembra avere fine, troppo brutta per essere vera;  dipinta a tinte fosche in modo talmente esagerato, da apparire inverosimile; con un intento didascalico parossistico che trova l&#8217;acme del risibile soprattutto nel finale, con Olmo il comunista che fa la lezione ad Alfredo che inteso come rappresentante della classe dei proprietari ha favorito l&#8217;avvento del fascismo per tutelare i propri interessi e la propria posizione sociale, una sorta di bignami di storiografia marxista a buon mercato; con una violenza gratuita, senza senso, come la carneficina finale dei contadini, fino al giorno della liberazione, (?) quel 25 aprile agiograficamente dipinto come una resurrezione laica non ancora portata a compimento, del riscatto dei deboli e degli oppressi e l&#8217;attribuzione delle terre confiscate ai ricchi a chi lavora(con i fascisti messi nei porcili), l&#8217;abolizione del patrimonio e l&#8217;apologia della mattanza finale dei cattivi, degli oppressori, con le &#8220;infedeli&#8221; rapate a zero per privarle di una inesistente umana dignit&#224;, con l&#8217;avvento, non ancora realizzato e del quale bisognava portare a termine l&#8217;opera, sospesa dal compromesso di 30 anni prima (con i contadini plasticamente ripresi a deporre le armi subito dopo aver assaporato l&#8217;ebbrezza della vittoria sui padroni), del regno della giustizia sociale e della libert&#224;; con il processo popolare, di piazza, con il sottofondo di bandiera rossa vergognosa apologia di crudeli rivalse di carattere molto spesso personale. 
Quando dunque sento parlare del &#8220;capolavoro&#8221; di Bertolucci mi sia consentito di dire che mi viene da vomitare.
Il film &#232; piuttosto,un brutto prodotto di anni di ubriacatura ideologica, manifesto disgustoso di un&#8217;era di illusioni pseudo-rivoluzionarie, il cui strascico lungo pi&#249; comodamente nostalgico ancora persiste (se penso al ridicolo, patetico Baaria di Tornatore candidato all&#8217;oscar inorridisco). 

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    <title>Avatar (2009)</title>
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      <name>Luca</name>
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    <updated>2010-01-06T19:17:19Z</updated>
    <summary>Durante la colonizzazione per fini di sfruttamento industriale del pianeta Pandora, all'ex marine paraplegico Jake Sully viene proposto di prendere il posto del fratello deceduto all'interno del progetto Avatar di integrazione con le popolazioni aliene locali. Indossando/trasmigrando in un corpo biomeccanico a immagine e somiglianza della specie aliena locale, Jake dovr&#224; integrarsi alla trib&#249; degli indigeni Na'vi con lo scopo di convincerli a fidarsi e ad accettare i nuovi padroni umani.

Si &#232; parlato di un Balla coi Lupi spaziale, ma dove il film di Costner raccontava in modo molto delicato, attento e affascinato il fragile processo di avvicinamento di due culture, Avatar &#232; un film potente, aggressivo e molto cameroniano, con tutti i temi e le ossessioni tipiche del suo cinema (l'etica nell'uso delle tecnologie, la fascinazione per le integrazioni corpo/macchina, un'impronta action molto incisiva e insistita).

questi sono spesso stati pregi nel cinema di genere di Cameron, ma Avatar ha il peso di dover incassare fantastiliardi piacendo a tutti, e non &#232; facile affascinare tutti i pubblici con le tematiche cameroniane, per cui la scelta per garantire il botteghino &#232; stata: far cassetta grazie a molta action di grande impatto visivo, e minimizzare la profondit&#224; dei personaggi e degli scontri etici che invece avrebbero dovuto essere alla base della sceneggiatura (come fu nel caso di the Abyss, molto pi&#249; simile a Avatar di quanto lo sia Balla coi lupi). 

purtroppo in Avatar i dilemmi etici sono spesso schematici, dedicare spazio allo sviluppo dei caratteri avrebbe rubato tempo all'azione, quindi i personaggi indossano cappelli bianchi o neri, tutta la parte dedicata a usi e costumi dei locali per quanto progettata con dedizione suona parecchio derivativa dei trib&#249; africane e americane, e lo sviluppo della trama &#232; decisamente prevedibile, fino a climax e anticlimax finali. e non ce n'&#232;: il performance capture puzza sempre un pochino di artificiale.

Il risultato &#232; un film strazeppo d'azione, ma nonostante le quasi tre ore forse troppo superficiale e sbrigativo quanto a personaggi e impianto filosofico per sedurre un pubblico adulto o di cameroniani, ma che potrebbe avere un successo enorme con le fasce d'et&#224; pi&#249; giovani e/o meno esigenti. probabilmente lo avr&#224;, ma se Titanic era davvero un kolossal universale e adatto a tutti, Avatar rischia di lasciare deluso un certo pubblico e di essere dimenticato molto pi&#249; in fretta. peccato, perch&#233; lo sforzo, la passione, l'idea e buona parte del lavoro fatto meritavano sicuramente un destino migliore (destino che probabilmente il film avr&#224;, visto che io sono un disastro con le previsioni e non ne azzecco mai una).</summary>
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    <title>Welcome (2009)</title>
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      <name>billie</name>
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    <updated>2010-01-02T20:34:43Z</updated>
    <summary>WELCOME

Al di l&#224; delle possibili, soggettive valutazioni estetiche, &#232; comunque un piacere imbattersi in un film, come questo &#8220;Welcome&#8221; di Philippe Lioret, realizzato da un produttore indipendente; la prima cosa che vediamo allo spegnersi delle luci &#232; appunto la scritta che ci informa di ci&#242;. La pellicola ci catapulta poi nell&#8217;inferno degli extracomunitari che si ritrovano a ristagnare in quel di Calais, in attesa di riuscire a passare la Manica per raggiungere l&#8217;Inghilterra. Il protagonista, il diciassettenne iracheno Balil, si presenta subito allo spettatore con la sua forte volitivit&#224;: vuole, deve passare a tutti i costi quel braccio di mare per raggiungere la ragazza dei suoi sogni, Mina, che abita a Londra con la famiglia. Per arrivare in Francia ha dovuto sopportare un viaggio massacrante, catturato e torturato dai Turchi, appeso sotto a un treno in Romania e ora alla merc&#232; dei trafficanti, che impongono a lui e ai suoi compagni di infilarsi un sacchetto di plastica in testa nel momento in cui la polizia sonda l&#8217;interno del camion in cui si nascondono, alla ricerca di respiri umani. E Balil non ce la fa: si toglie il sacchetto, in preda ad una sorta di crisi d&#8217;ansia, facendosi cos&#236; catturare. Seguono poi, per lui e compagni, una barbara marchiatura della mano con un numero progressivo e un sommario processo per direttissima, in cui il giudice, che deve lasciarlo andare perch&#233; proveniente da un paese in guerra, gli fa capire, senza mezzi termini che gli conviene tornare a casa, visto che in Francia gli si render&#224; la vita impossibile. E la promessa &#232; mantenuta! L&#8217;aria che si respira nella cittadina &#232; quella di uno stato di polizia, dove non mancano soprusi vari e pestaggi gratuiti. Anche gli abitanti di Calais non sono certo solidali con questi disperati: al massimo si limitano all&#8217;indifferenza, un&#8217;indifferenza che si esplica per&#242; nel non riconoscergli alcun tipo di diritto, neanche, banalmente, quello di entrare in un supermercato per fare acquisti. Unica eccezione, uno sparuto gruppo di persone che offre pasti caldi al porto; tra di loro Marion, l&#8217;ex moglie dell&#8217;altro protagonista, l&#8217;inquieto istruttore di nuoto Simon che si ritrover&#224; a dare lezioni a Balil, perso nel suo folle proposito di attraversare la Manica a nuoto. Anche Simon inizialmente &#232; come i suoi concittadini: chiuso a riccio nel suo piccolo mondo, nel suo piccolo grande dolore privato, non riesce a vedere cosa sta succedendo e sembra voler aiutare il ragazzo e il suo amico solo per mostrasi migliore agli occhi di Marion, di cui &#232; ancora molto innamorato. Ma la frequentazione con Balil smuover&#224; la sua coscienza sopita: il loro rapporto inesorabilmente progredisce verso una relazione simil padre-figlio. La passione che spinge il ragazzo verso la sua Mina porta Simon a rivalutare il suo comportamento nei confronti di Marion e a rituffarsi nella sua vita, privata e sociale, con maggiore energia e convinzione, in un avvincente, e rapido susseguirsi di eventi. Infatti, il film ha un ritmo decisamente incalzante e lo spettatore non riesce a staccarsi, avvolto, coinvolto non solo nelle vicende dei protagonisti ma soprattutto nei loro sentimenti ed emozioni. Perch&#233; questo &#232; un film politico, nel senso pi&#249; ampio del termine, di quella politica che contempla come fatto sociale qualunque tipo di relazione, a cominciare anche, perch&#233; no, da un rapporto a due. Cos&#236; i due piani individuale e pubblico si intersecano perfettamente, l&#8217;uno intimamente legato all&#8217;altro dal doppio filo che intreccia la vita, le esistenze dei protagonisti, di tutti noi. Prendere coscienza di s&#233; stessi &#232; tutt&#8217;uno con la coscienza politica e sociale, di s&#233; nel mondo. Questo &#232; il percorso di Simon, da uomo chiuso nel suo disastro sentimentale a persona che riprende in mano il proprio destino di soggetto nella realt&#224;, in un contesto articolato, fatto di dolore si, ma anche di possibilit&#224;, di necessit&#224;, di azioni che vanno necessariamente esperite, al di l&#224; della convenienza del momento: ecco perch&#233; non si tira indietro e arriva a farsi additare dai vicini, perseguire dalla polizia, mentire su un furto subito e alla fine incastrare nella gabbia della libert&#224; vigilata con obbligo di firma, che addirittura violer&#224; alla fine del film per andare a parlare con Mina. 
Welcome colpisce dritto al cuore, oltre che alla coscienza. Emoziona fino ad una non banale commozione con il suo avvicendarsi rapido e intenso degli avvenimenti e ancor prima delle situazioni, rese con sequenze asciutte ma ben selezionate e montate: le schiere di immigrati irrigiditi dal freddo pungente e dall&#8217;impossibilit&#224; di muoversi, costretti a vagare nei dintorni del porto, in una sorta di limbo in cui la societ&#224; li ha confinati, impedendogli qualunque movimento che non sia il fallimentare ritorno alla disperazione domestica dei luoghi di provenienza; il sordo cinismo delle autorit&#224;; la cieca indifferenza dei francesi; l&#8217;egoismo e i dissapori tra gli stessi extra comunitari, ciascuno interessato esclusivamente al proprio &#8220;particolare&#8221;, senza alcun pensiero collettivo di rivolta o protesta.
In tale quadro non sorprende che le immagini siano prevalentemente scure, girate in interni o in esterni notturni, o comunque poco luminosi: solo le scene sulla spiaggia e in piscina risplendono di una luce pi&#249; forte; particolarmente belli certi scorci sulla ventosa costa francese, in cui i personaggi si muovono quasi lateralmente rispetto allo scenario naturale costituito da un&#8217;immensa spiaggia chiara e da quel maledetto braccio di mare che mostra, beffardo, le bianche scogliere di Dover come se fossero irrealmente tanto vicine da poterci davvero arrivare a nuoto!
Completa il film un cast tecnico eccezionalmente nutrito e il commento musicale di Nicola Piovani, discreto ma puntuale nell&#8217;amplificare la ricchezza emotiva della vicenda.



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    <title>(500) Giorni Insieme (2009)</title>
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      <name>billie</name>
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    <updated>2009-12-31T19:50:09Z</updated>
    <summary>(500) GIORNI INSIEME

Il film di Marc Webb potrebbe sembrare un&#8217;innocua e forse insipida commedia sull&#8217;amore ma in realt&#224; si tratta di un prodotto molto ben confezionato, intelligente e gradevole. La storia, questa si banale, &#232; di un ragazzo, non poco idealista, che conosce una ragazza molto indipendente e originale. Per lui &#232; subito amore mentre per lei si tratta solo di una tenera simpatia. I due hanno una relazione che in realt&#224; dura ben meno dei cinquecento giorni del titolo; in questo lasso di tempo hanno modo di conoscersi e di divertirsi insieme. Lui, Tom, crede di aver trovato la ragazza dei suoi sogni mentre lei, Sole, sembra non essere convinta fino in fondo della loro relazione, tant&#8217;&#232; che ad un certo punto lo lascia. Segue, come da manuale, disperazione e tristezza incolmabile per il nostro protagonista che, ad ogni modo, riuscir&#224; poi a superare la delusione sentimentale e ad incontrare un&#8217;altra ragazza, Luna. In realt&#224; nella versione originale la prima partner di Tom si chiama Summer, da cui di deduce che l&#8217;altra forse si chiami Winter; ma la traduzione &#232; stavolta azzeccata in quanto per il nostro la sua ragazza rappresenta proprio un astro luminoso, un sole che illumina totalmente la sua vita in maniera esclusivista. Se ci si fermasse alla trama saremmo di fronte a ben poco; ma la pellicola riserva alcune piacevoli sorprese, a cominciare dal corredo di personaggi che ruotano attorno alla vita di Tom, i suoi amici, tra cui il collega dalle idee astruse, e Paul, fidanzato dalle elementari sempre con la stessa ragazza, la sorellina che &#232; quasi una voce della coscienza, il suo capo bianco-vestito, incrollabile nella sua serenit&#224;; per non citare anche l&#8217;ambiente di lavoro in cui la coppia si muove, una societ&#224; che produce bigliettini d&#8217;auguri per ogni occasione, da San Valentino ai funerali.
Il film snocciola poi una serie di trovate visive decisamente azzeccate, servendosi spesso dello split screen, di qualche inserto in bianco e nero a cui affida un paio di confessioni dei personaggi e un divertente excursus sul passato di Sole, che ricorda molto &#8220;Amelie&#8221; di Piean Pierre Jeunet; a ci&#242; si aggiungano dei disegni che intervengono a modificare il paesaggio urbano di Los Angeles, dove la vicenda &#232; ambientata e qualche cartone animato dal sapore favolistico, che rimanda a classici disneyiani con principi e principesse. Interessante &#232; soprattutto l&#8217;uso dello split screen, specialmente quando &#232; funzionale alla giustapposizione di realt&#224; e aspettative del protagonista.
 Divertente &#232; poi la parte in cui Tom, dopo aver passato la notte con Sole, esce di casa trovando un mondo in cui tutti, come lui, sono felici e in vena di ballare. La musica ha un ruolo fondamentale, non solo nel commentare la storia; la scelta ricade su una variet&#224; ben assortita che va dal pop al rock, ripescando talora anche gruppi non pi&#249; in auge, come gli Smiths.
Molteplici inoltre le citazioni cinematografiche, soprattutto dal cinema francese, rivissute in chiave soggettiva dal protagonista.
La riflessione finale, che vorrebbe essere una considerazione conclusiva sulle relazioni sentimentali tout-court, risulta forse un po&#8217; banale, anche se in realt&#224; chi negher&#224; che la casualit&#224; gioca senz&#8217;altro un ruolo fondamentale nella vita e dunque anche in amore?
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    <title>La prima linea (2009)</title>
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      <name>billie</name>
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    <updated>2009-12-13T09:06:35Z</updated>
    <summary>LA PRIMA LINEA

Poca fortuna ha avuto nelle sale l&#8217;ultima prova di Renato De Maria; eppure si tratta di un prodotto senz&#8217;altro interessante che non si limita ad un excursus storico della banda armata di estrema sinistra, in quanto offre allo spettatore anche un ritratto sfaccettato dei due protagonisti, Sergio Segio e la sua compagna Susanna Ronconi. Il film si apre con la scena di una manifestazione di fine anni &#8216;60, che vede in prima fila Sergio, interpretato da uno ieratico Riccardo Scamarcio, per poi passare bruscamente alla sua cattura finale, nel 1983, proseguendo con il racconto in prima persona dal carcere, datato 1989. La pellicola si snoda quindi attraverso continui salti temporali dal &#8216;68 alla fine degli anni &#8217;80. Ripercorrendo la storia di Prima Linea, Sergio cerca di spiegare i motivi che portarono lui e tanti altri giovani ad alzare il livello dello scontro, partendo anzitutto dalla sensazione di un colpo di stato imminente: &#8220;dalle forze della ragione alle ragioni della forza&#8221;. Il film &#232; infarcito di inserti televisivi che ripropongono i momenti salienti del periodo in oggetto, le stragi dell&#8217;Italicus e di Brescia del &#8217;74, il sequestro Moro e scene varie di scontri di piazza. Emerge prepotente, nella sua fredda evidenza, il dolore di un paese flagellato da decenni di odio. 
Il lungometraggio di De Maria potrebbe suonare didascalico, dal taglio prettamente documentaristico ma il regista &#232; bravo nel riuscire ad equilibrare pubblico e privato, in una dimensione politico-sociale che d&#224; pieno il polso degli anni di piombo. Particolarmente pregevoli sono i momenti in cui i due protagonisti affrontano o ri-affrontano il rapporto con le rispettive famiglie d&#8217;origine. Gli affetti pi&#249; intimi sono quasi sfiorati ma comunque ne risulta un delicato quanto efficace controcanto che completa il personaggio e ne fa una figura ricca, articolata, non appiattita sull&#8217;azione e l&#8217;ideologia. Questi episodi, assieme al rapporto sentimentale che lega i due, restituiscono un quadro complesso non solo della psicologia individuale dei singoli ma anche, in qualche modo, di quella collettiva, della societ&#224; di quegli anni.  
Gi&#224; nella parte iniziale del film Sergio riconosce il fallimento della lotta armata, paragonando s&#233; stesso e i suoi compagni ad una sorta di romantici nuovi partigiani, progressivamente allontanatisi non solo dalla base ma soprattutto dalla complessit&#224; della vita reale, dalla storia contemporanea.
Tutta la pellicola, il continuo affastellarsi di flashbacks and forwards, &#232; costruita attorno all&#8217;assalto al carcere di Rovigo, per liberare Susanna e altre compagne ivi imprigionate. Le sequenze relative all&#8217;azione armata sono sicuramente d&#8217;impatto: specialmente la scena in cui le detenute cantano in cortile, a squarciagola, &#8220;California&#8221; della Nannini, il segnale convenuto per poter iniziare l&#8217;attacco. Bravissima Giovanna Mezzogiorno, la cui recitazione &#232;, come quella di Scamarcio, estremamente controllata e dosata in tutto il film; ma in questa scena l&#8217;attrice tira fuori il meglio di s&#233; nell&#8217;abbandonarsi quasi infantile al canto, preludio di liberazione, simbolo della passione politica che le brucia in petto. Lei, infatti, &#232; forse il personaggio pi&#249; riuscito, incrollabile nelle sue certezze, donna dagli occhi di ghiaccio, dai gesti essenziali e risoluti, definitivi; eppure fragile e vulnerabile nel rapporto con la madre, verso cui avverte fortissimo uno schiacciante senso di colpa che non le consente di tornare a rivederla un&#8217;ultima volta, quello che invece il compagno Sergio riesce a fare con i suoi genitori.
Il film &#232; girato con una camera a spalla manovrata  dall&#8217;esperto Benoit Dervaux, fidato operatore dei fratelli Dardenne, i produttori, assieme a Occhipinti. L&#8217;effetto &#232; quello di una steadycam, con immagini molto dinamiche e frequenti piani sequenza, marcati dalla macchina da presa che si sposta semplicemente da un attore all&#8217;altro, a seguire il dialogo. Le scene d&#8217;interni, soprattutto quelle che ritraggono i personaggi in contesti intimi, hanno una luce calda, che avvolge gli ambienti in una sensazione di rassicurante famigliarit&#224;; invece le scene di esterni o che comunque riguardano l&#8217;attivit&#224; politica e le azioni della banda armata sono sempre illuminate da tonalit&#224; fredde, color ghiaccio. Il commento sonoro originale, firmato da Max Richter, &#232; particolarmente efficace nel sottolineare la suspense che precede l&#8217;azione; per il resto domina un violino melanconico che accompagna soprattutto le immagini di repertorio.
Molto bella la riflessione finale di Sergio sulla morte, poetica nella sua profondit&#224;, nell&#8217;assunzione piena e consapevole delle proprie responsabilit&#224; sociali e umane, conscia che ogni morte, prima di avere un qualunque fine politico &#232; anzitutto la fine di una particolare, unica vita umana.
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    <title>Signori e signore, buonanotte ()</title>
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      <name>franco montecristo </name>
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    <updated>2009-12-08T15:20:38Z</updated>
    <summary>Affresco della provincia italiana di met&#224; anni sessanta.Sotto l'egida di Germi il film narra le vicende goliardiche e picaresche di mediocri personaggi prodotti dal boom economico.Ben piazzati e denarosi, ma poveri di materia grigia,maschi fra i quaranta  e i cinquanta, si dilettano notte e d&#236; a cercare avventure amorose.Tutto nel segno dell'ipocrisia sociale che vuole loro rispettabili mariti-padri di famiglia.Questa insopportabile dinamica,viene decapitata ,quando uno di loro(Gastone Moschin),bancario e marito esemplare,si innamora seriamente della casssiera del bar &quot;degli amici&quot;.Da questo momento si assiste,alla costruzione filmica dell'eroe romantico,che spinto dalla forza eversiva dell'amore,s&#224; di perdere la guerra ma si mostra pugnace fino all'ultimo,quando, come vuole la tradizione romantica,decide di suicidarsi in seguito alle difficolt&#224; materiali che gli vengono imposte da una societ&#224; malata di apparenza e ipocrisia.</summary>
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    <title>Il mio amico Eric (2009)</title>
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      <name>billie</name>
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    <updated>2009-12-08T12:31:40Z</updated>
    <summary>IL MIO AMICO ERIC

L&#8217;ultima prova di Ken Loach racconta l&#8217;odissea di un anonimo postino, ennesima esplorazione della lower class britannica. L&#8217;accento stavolta per&#242; non &#232; tanto sui problemi materiali, economico-sociali del protagonista Eric, comunque non assenti dal racconto, quanto sulle sue difficolt&#224; relazionali con la famiglia. Eric infatti si ritrova con due rapporti sentimentali finiti male e con due figli adolescenti da accudire in casa, pi&#249; una figlia con nipotina in fasce a cui non nega supporto; ma la sua attenzione &#232; focalizzata sulla sua prima moglie, Lily, abbandonata giovanissima subito dopo il parto. Eric non &#232; mai riuscito a perdonarsi quel gesto inconsulto, dettato da una sostanziale sfiducia nelle proprie capacit&#224; di uomo alle prese con la responsabilit&#224; di una famiglia. Molta parte ha avuto in questa sua insicurezza congenita la figura del padre, un uomo tratteggiato come una sorta di caterpillar, con i suoi perfidi piccoli occhi e le mani tozze, il suo fisico possente che si impone sul ragazzo Eric, frustrando la sua autostima. Ma questo non &#232; un film che indaga le motivazioni del disagio del protagonista; la commedia del regista inglese, perch&#233; appunto di commedia si tratta, &#232; sulla possibilit&#224; di rialzarsi e di rinascere a nuova vita, riprendendo in mano le sorti della propria esistenza. Tutto comincia da una sorta di allucinazione, provocata da uno spinello, che porta Eric ad incontrare il suo mito, l&#8217;ex calciatore Eric Cantona. Questi &#232; il suo doppio, l&#8217;alter ego, che, con il suo bizarro linguaggio infarcito di proverbi e luoghi comuni popolari, sprona l&#8217;omonimo Eric postino a riprendersi cura di s&#233; e della sua vita, cominciando dal suo aspetto fisico, passando per il rapporto con l&#8217;ex moglie Lily, per terminare con quello con i due figli che ha in casa. Eric ricomincia cos&#236; lentamente a vivere, riscoprendo se stesso e i propri desideri soffocati dalla paura di agire: dopo aver riallacciato un dialogo con Lily, si occupa del figlio maggiore, invischiato in un pericoloso traffico di droga e d&#8217;armi. L&#8217;uomo nuovo Eric non disdegna persino di chiedere aiuto laddove si rende conto di non avere oggettivamente la possibilit&#224; di fronteggiare il criminale che tiene in scacco il figlio Ryan; e i suoi amici gli vengono incontro, organizzando una spedizione punitiva quasi grottesca ai danni del malvivente, in cui tutti indossano la maschera di Cantona. Il calciatore diventa cos&#236; un simbolo del gioco di squadra, del valore della &#8220;fellowship&#8221; che tanta parte ha nel risollevare la vita di Eric.
L&#8217;ironia gioca un ruolo fondamentale nell&#8217;economia del racconto, alleggerendone l&#8217;impalcatura con battute e trovate efficaci.
Il film scorre solido e asciutto, come nelle migliori prove del regista britannico; la macchina da presa segue la narrazione con una prevalenza di scene in campi medi, in cui i personaggi appaiono non di rado anche di tre quarti, ripresi di spalle, soprattutto nel campo-controcampo. Solo nella scena dell&#8217;irruzione della polizia le immagini si fanno concitate, mimando quelle di una ripresa amatoriale, in cui la macchina da presa insegue gli attori convulsamente, in un unico, nevrotico piano sequenza. La luce &#232; sempre omogenea, con una prevalenza di una sfumatura piuttosto scura, specialmente nelle scene d&#8217;interni e in quelle girate in automobile. Molto curato &#232; per&#242; il chiaroscuro della scena del primo rapporto con Lily, quasi pittorico nell&#8217;evidenziare il carnato dell&#8217;attrice.
 I flashback sono introdotti dal monologo del protagonista, senza particolari altri artifici visivi o sonori. 
Palese, inoltre, la citazione da &#8220;Provaci ancora Sam&#8221; per il rapporto Allen-Bogart riproposto dai due Eric protagonisti.
Una colonna sonora discreta amalgama le sequenze, sottolineando con toni spesso nostalgici i passaggi relativi alle rievocazioni dei successi di Cantona.
Da vedere, come ogni film di Ken Loach, se non altro per la schiettezza dei suoi contenuti e l&#8217;autenticit&#224; del messaggio che, seppure infarcito di un non irrilevante surrealismo, promuove sempre un cinema positivo, proiettato in avanti, fedele al suo credo politico che un altro mondo, migliore di questo, &#232; senz&#8217;altro possibile.
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    <title>Alza la testa (2009)</title>
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      <name>billie</name>
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    <updated>2009-11-27T19:34:35Z</updated>
    <summary>ALZA LA TESTA

Alla sua seconda prova Alessandro Angelini torna a parlare di uno spinoso rapporto genitoriale .Se ne &#8220;L&#8217;aria salata&#8221; il fuoco era centrato sulla figura del figlio, un irrequieto Giorgio Pasotti, qui l&#8217;attenzione &#232; tutta catturata dal padre, il poliedrico Sergio Castellitto che, col suo carisma travolgente, si carica sulle spalle l&#8217;intero film. Infatti, Mero, questo &#232; il nome del suo personaggio, sovrasta tutto e tutti: in primo luogo il figlio Lorenzo, spingendolo a praticare la boxe in modo ossessivo, maniacale, con l&#8217;obbiettivo di raggiungere importanti risultati sportivi, ma non solo. &#200; la vecchia storia del padre che sfoga le sue frustrazioni, i suoi sogni non realizzati sul figlio inerme che non pu&#242; far altro che tartagliare e abbassare la testa.
Il titolo del film &#8220;Alza la testa&#8221; riprende proprio l&#8217;incitamento pi&#249; frequente con cui Castellitto si rivolge al ragazzo: infatti nella boxe abbassare la testa equivale a perdere contatto visivo con l&#8217;avversario e dunque ad essere pi&#249; vulnerabile ai suoi colpi. Quello che Mero vuole insegnare al figlio &#232; proprio la capacit&#224; difensiva anzitutto; ecco perch&#233; lo chiude in un ambiente ristretto, quasi claustrofobico, da cui esclude perentoriamente la madre del ragazzo, i suoi amici, non consentendogli dunque di condurre un&#8217;esistenza autonoma 
Quando per&#242; Lorenzo, spinto a ribellarsi dall&#8217;eccessiva ingerenza del padre nella sua prima esperienza sentimentale , finalmente alza la testa per affermare la propria individualit&#224;, la storia si trasforma, mutandosi in una inaspettata quanto immane tragedia.
E&#8217; qui che viene fuori la grandezza dell&#8217;attore Castellitto, che riesce ad esprimere con la sua fisicit&#224; nervosa e allo stesso tempo imponente, la totale disperazione che investe l&#8217;uomo, alle prese non solo con un lutto insostenibile ma anche con il proprio individuale fallimento in quanto genitore. Il film parla cos&#236; dell&#8217;incapacit&#224; del protagonista di darsi pace, di accettare con serenit&#224; la scomparsa del figlio; questa sua irrequietudine lo porta a muoversi sull&#8217;unico percorso che gli si apre davanti, per quanto folle e inutile esso sia, alla ricerca di un pezzo del figlio. Il suo &#232; uno sforzo estremo di recuperare una genitorialit&#224;  non solo stroncata dagli eventi ma sentita anche come fallimentare. Il suo insensato proposito lo porta per&#242; a scontrasi con una realt&#224; profondamente diversa, a dover ingoiare il suo orgoglio e a rivedere la sua scala di valori. La sua capacit&#224; di riuscire a compiere questo salto in avanti lo condurr&#224; cos&#236; ad una sorta di catarsi che gli consentir&#224; in qualche modo di liberarsi e di darsi finalmente pace nell&#8217;accudire il cuore di suo figlio nel corpo di un&#8217;altra persona
Gli spazi in cui si muovono i personaggi sono sempre periferie di periferie, da Fiumicino, con il cantiere navale in cui lavora Mero, qualche piccola anonima trattoria e ovviamente l&#8217;ambiente spoglio e freddo delle palestre, a Gorizia, ritratta nei suoi bar ai margini della citt&#224;, nelle strade desolate al confine con la Slovenia. La frontiera &#232; uno dei temi dominanti del racconto, che non si esprime solo in termini di fisicit&#224; geografica ma anche e soprattutto nel corpo stesso dei personaggi: in tal senso il prototipo di tale concetto &#232; sicuramente la figura del transessuale, che ospita nel petto il cuore di Lorenzo. 
Di contro alla ristrettezza spaziale, l&#8217;umanit&#224; che popola questi angusti luoghi &#232; etnicamente e morfologicamente variegata, con la sua folla di extracomunitari, ritratti nella loro marginalit&#224; e vulnerabilit&#224; sociale, con il ragazzo transessuale, vittima dei ricatti di un non bene identificato malvivente e, infine, con tutto il corredo dei personaggi minori, ripresi in una sala di videopoker piuttosto che impegnati in traffici ai margini della legalit&#224;, come scommesse clandestine o sottrazione di documenti dall&#8217;ospedale.
La macchina da presa segue il protagonista in questo squallido universo con movimenti a scatto, non staccando quasi mai dall&#8217;inquadratura a mezzo busto, non indulgendo, se non raramente, alla tentazione del campo-controcampo.
Ne risultano una serie innumerevole di nervosi piani sequenza che sottolineano l&#8217;inquietudine profonda del protagonista, perso nel suo disperato tentativo di dare una continuit&#224; fisica a ci&#242; che ormai non &#232; pi&#249; recuperabile. Una musica discreta completa le immagini, rimandando spesso l&#8217;orecchio all&#8217;altrove, ad est, verso un confine da superare.




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    <title>Lasciami entrare (2008)</title>
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      <name>Lad</name>
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    <updated>2009-11-23T11:47:43Z</updated>
    <summary>Qualcuno, di mezz&#8217;et&#224;, sta sgozzando un uomo nel bosco innevato, di sera, al buio. Sorpreso dall&#8217;arrivo di passanti, scappa, ma dimentica il fustino dove ha raccolto il sangue. Forse la sua vita sta diventanto troppo dura da sopportare, sempre uguale dopo tanti anni. E forse c&#8217;&#232; chi se ne &#232; gi&#224; accorto e deve porre rimedio alla situazione.
Qualcun&#8217;altro, appena adolescente, in maniche corte nel cortile innevato, si rivolge ad un coetaneo biondissimo e solo. E&#8217; l&#8217;incontro di due solitudini e una nasconde un segreto.
Cos&#236;, tipici approcci tra due adolescenti ai margini, due possibili anime gemelle alla ricerca di quell&#8217;affetto sempre pi&#249; intensamente desiderato, si alternano a fatti inquietanti che li coinvolgono inevitabilmente.

Caratterizzato da una regia minuziosa ed una fotografia fredda e vivida allo stesso tempo, il film si pu&#242; in effetti considerare riuscito soprattutto per merito della sceneggiatura, realizzata da John Ajvide Lindqvist partendo dal proprio omonimo romanzo; sceneggiatura che nasconde (volontariamente?) chiavi di lettura inquietanti sotto quella che &#232; stata acclamata da pi&#249; parti come la storia dello struggente innamoramento di due reietti, tra timide complicit&#224; e romanticismo. 
E a me viene voglia di leggerne il libro, perch&#233; non ne sono poi tanto convinto. A meno che non si voglia pensare al rapporto di coppia come ad una mera necessit&#224; contingente.
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    <title>Lo spazio bianco (2009)</title>
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      <name>billie</name>
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    <updated>2009-11-19T09:05:09Z</updated>
    <summary>A chi capiter&#224; di imbattersi nell&#8217;ultimo film di Francesca Comencini, &#8220;Lo spazio bianco&#8221;, sar&#224; sorpreso di trovare una perla di Cinema, con la C maiuscola. La pellicola &#232; girata magistralmente, con una cognizione dello specifico del mezzo cinematografico. Un cinema fatto non solo di parole e storie, di attori e interpreti; un cinema fatto di luci e ombre, di finestre velate, di continui salti temporali, di suoni e silenzi. Un cinema che racconta la vita dal di dentro, utilizzando i mezzi propri della tecnica cinematografica: la luce anzitutto, curata dall&#8217;occhio di Luca Bigazzi, sempre attentissimo ai contrasti cromatici e ai giochi di luce. In questo film la funzione della fotografia &#232; centrale, non solo nella predominanza del bianco lattiginoso che avvolge l&#8217;intera citt&#224; di Napoli, quasi fosse una corrente visiva che spira dal mare e/o dai due monoliti del monte Somma e del Vesuvio, confini di un mondo circoscritto, metafora del ventre materno, che accoglie e rigetta la vita, immergendo la brulicante umanit&#224; partenopea in un limbo di attesa che ferma il tempo in un eterno presente. La fotografia consente cos&#236; alla cinepresa di isolare e connotare lo spazio in cui i personaggi si muovono, ognuno nel proprio limbo, ognuno nel proprio privato spazio d&#8217;attesa: il magistrato e la sua scorta, in costante attesa di un plausibile attentato; le madri, in attesa di una evoluzione o involuzione della fragile esistenza dei propri figli; gli studenti di Maria, in attesa dell&#8217;esame; la donna che lascia la scuola serale, in attesa di tempi migliori, in cui potr&#224; riprendere i suoi studi. La vita &#232; una successione di attimi d&#8217;attesa, rivelati dai gesti nervosi di Margherita Buy o dagli occhi assonnati dell&#8217;ex compagno di Maria o da quelli cerchiati di dolore delle madri dell&#8217;ospedale, dalle sigarette rubate in terrazza dal magistrato. L&#8217;attesa &#232; uno spazio di solitudine profonda e intensa che la protagonista riesce per&#242; a condividere con le altre madri, pur cos&#236; diverse da lei ma accomunate dalla condivisione di un tempo sospeso nel vuoto
La maternit&#224; estroversa, l&#8217;utero rivelato, rigirato all&#8217;esterno diventa una fredda macchina, con un cuoricino pulsante, oracolo a cui le madri tendono tutte se stesse, nella speranza di leggerci una qualche novit&#224;, una modifica che possa spezzare l&#8217;incubo dell&#8217;attesa.  
La narrazione visiva segue il filo logico delle priorit&#224; estemporanee di Maria e gli episodi di vita vissuta diventano cos&#236; immagini prive di sonoro, rallentate o inondate di segni che sottolineano inequivocabilmente la distanza tra la protagonista e gli altri, specialmente nel caso dell&#8217;abbandono da parte di Pietro, l&#8217;amante. 
Gli spazi in cui gli attori si muovono non sono per&#242; mai compressi e chiusi ma lasciano sempre una possibilit&#224; alle persone di muoversi e di operare scelte.  Maria esterna le sue paure e la sua sofferenza con l&#8217;amico Fabrizio, che l&#8217;accoglie e la sprona a non mollare.
La musica completa le suggestioni visive con un contrappunto puntuale e vario che va dalla disco alla  canzone d&#8217;autore, cantata con emozione e rigore da Margherite Buy..
Era tanto che non si vedeva un film cos&#236;: non solo sincero ed onesto ma un film che, partendo da un discorso sul femminile e sulla sua massima realizzazione, sulla maternit&#224;, tocca, con una leggerezza e insieme con una grande seriet&#224;, un ventaglio di temi, cominciando dal rapporto di coppia e dall&#8217;interrogarsi semplice  ma profondo, sull&#8217;oppurtunit&#224; di misurarsi con esso o di rigettarlo in quanto fonte di difficolt&#224; e di delusioni, passando per un dibattersi in una solitudine  che sa di gabbia dorata, in cui la protagonista si rifugia, proteggendosi quasi dal mondo esterno, per abbandonarsi alle sue passioni private di cinefila e di instancabile lettrice;  e non tralasciando per&#242; di ricordare le difficolt&#224; sociali e politiche della citt&#224; in cui Maria vive, non dimenticando dunque il clima di guerra che attanaglia non solo la vita del magistrato ma anche quella di tutti i suoi abitanti.
E Maria non si nega al suo dolore, abbraccia la vita e  il tempo dell&#8217;attesa con la dignit&#224; di chi sa di avere un&#8217;identit&#224; precisa, di essere madre. E chiede che il suo dolore e la sua attesa siano rispettati e dunque non inquinati da riferimenti decontestualizzanti che richiamano ai concetti cattolici di speranza e rassegnazione. L&#8217;attesa &#232; un tempo pieno, ingombrante, teso, mai vuoto:il ventre materno &#232; stato svuotato del suo contenuto e l&#8217;attesa si &#232; esteriorizzata in tutta la sua brutale evidenza  nella fragilit&#224; dell&#8217;esistenza umana, colta nel suo punto pi&#249; alto, la riproduzione. Il romanzo di Valeria Parrella a cui il film si ispira diventa cos&#236; quasi un pretesto per raccontare una porzione d&#8217;umanit&#224; dolente ma  comunque impegnata in una strenua lotta per la sua stessa sopravvivenza.


Monica Prisco</summary>
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    <title>Welcome (2009)</title>
    <author>
      <name>Luca</name>
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    <updated>2009-11-10T17:34:20Z</updated>
    <summary>Benvenuti nel mondo dei sans papier, quel mondo che nessuno vuole vedere, che nessuno vuole sapere. Quel popolo per cui qualunque terra &#232; la terra dell&#8217;umiliazione, dell&#8217;essere fuori posto, senza una lingua, senza nulla tranne che la speranza di poter trovare un giorno iun posto in cui fermarsi. Il proprio posto nel mondo.

La civile Europa, faro della democrazia e del rispetto della dignit&#224; umana, terra delle opportunit&#224; per tutti, con piccole leggi meschine e xenofobe in pochi anni ha distrutto la grande tradizione democratica a cui aveva ispirato le sue Costituzioni, riducendole lettera morta. La disperazione di una societ&#224; troppo ricca per poter capire come sta impoverendosi &#232; davanti agli occhi di tutti, &#232; davanti agli occhi tristi di Simon, ex campione e istruttore di nuoto che non pu&#242; pi&#249; far finta di non vedere la meschinit&#224; della sua Francia. Bilal, iracheno, vuole la Gran Bretagna a tutti i costi, a costo di rischiare la vita per arrivarci. Anche se alla sua et&#224; sono altre le molle che ti spingono a attraversare i mari: l&#8217;amore, soprattutto. Impulso inspiegabile che diventa cos&#236; improvvisamente facile da capire per chi vi ha rinunciato troppo facilmente. 

E la ribellione di Bilal alle consuetudini del suo paese riguardo al matrimonio, e la ribellione di Simon verso la polizia e le leggi di un paese che non riconosce pi&#249; come suo, dalla meschinit&#224; del vicino di casa fino alla mediocrit&#224; riflessa dallo schermo della TV. Ma non ci si pu&#242; ribellare contro il mare, e la lenta panoramica aerea che si allontana da Bilal, allontana anche il nostro sguardo dai piccoli squallori quotidiani di una Francia, di un&#8217;Europa smarrita in mezzo al mare, che ha perso i punti cardinali della solidariet&#224; e della dignit&#224; umana.</summary>
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    <title>Il sangue dei vinti (2008)</title>
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      <name>ten</name>
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    <updated>2009-10-21T19:28:50Z</updated>
    <summary>Il Sangue dei Vinti, trasposizione (?)(diciamo&#8230;poco fedele, per non dire per nulla fedele) del memorabile omonimo lavoro di Gianpaolo Pansa, diretto da Michele Soavi, &#232; un film mediocre ed ambiguo, del tutto lontano dalla &#8220;scandalosa&#8221;pellicola che giornali e media hanno voluto rappresentare in odore di &#8220;eresia&#8221;, e francamente innocuo, anzi assolutamente inoffensivo sul piano del messaggio pseudo &#8220;revisionista&#8221;che avrebbe dovuto veicolare, e che gli &#232; costato il quasi completo &#8220;oscuramento&#8221;, essendo stato programmato in appena 35 sale in tutta Italia.
Tanto rumore per nulla, a nostro parere, nel timore di una rappresentazione antipartigiana che invece tale non &#232;, rivelandosi la fasulla operazione di Soavi anzi una pellicola di sostanziale continuismo (seppure per alcuni aspetti camuffato)in linea con la obsoleta vulgata resistenziale, nei confronti della quale il cinema italiano sembra proprio ancora soffrire di un insuperabile complesso di sudditanza.
Come se rappresentare su pellicola una visione meno manichea di quella andata in onda per cos&#236; dire per oltre sessant&#8217;anni (fascisti cattivi e partigiani buoni o...semibuoni,in ogni caso dalla parte giusta) rivelatasi obsoleta e reticente, fosse un&#8217;operazione impossibile, e chiss&#224; se i nostri figli e nipoti riusciranno, un giorno, a conoscere la verit&#224; sul conflitto fratricida degli anni 43\45.
Eppure il film sembrava essere partito con le migliori premesse:con la splendida, raggiante Alina Nedelea grondante di entusiasmo, gridato al cielo dal finestrino della corriera che la porta nella capitale in viaggio di nozze, un entusiasmo straripante che &#232; purtroppo costretta ad abbandonare per far posto repentino alla paura perch&#232; proprio in quei momenti gli americani bombardano il quartiere San Lorenzo (19 luglio 1943), scelto non in qualit&#224; di inesistente obiettivo strategico militare, ma come monito terroristico alla popolazione (un inutile massacro che Soavi sembra descrivere bene, illustrando la desolazione del post bombing con particolare risalto alla dignit&#224; del silenzio del dolore della gente del quartiere).
Nella desolazione delle case sventrate, delle barelle che portano i feriti e dei cadaveri disseminati in terra, entra in gioco Placido (Francesco Dogliani, fratello della Nedelea) che, in qualit&#224; di commissario di polizia, indaga sull&#8217;omicidio di una prostituta avvenuto nel quartiere (si ritrover&#224; poi nella temperie della guerra civile che alligner&#224; anche in casa propria -dei genitori a Saluzzo- con il fratello Ettore partigiano e la sorella Lucia repubblichina) e da quell&#8217;antefatto la scena si sposta nel 1970 all&#8217;universit&#224; dove la figlia della prostituta &#232; divenuta docente ed ha scritto un libro sulla guerra civile (secondo lei, di liberazione- ma da chi, dagli Italiani stessi?nda-) e dagli scavi per la costruzione della metro &#232; stato rinvenuto il cadavere della madre, anche se l&#8217;omicidio nasconde una verit&#224; scomoda (si scoprir&#224; dopo che la madre ha ucciso la sorella, amante di un gerarca, e si &#232; sostituita ad ella).
F.Dogliani &#232; ritornato a Saluzzo da Roma, perch&#233; ivi si &#232; ritirata la sorella Lucia, che dopo la morte del marito avvenuta su quella maledetta corriera in seguito al detto bombardamento, non &#232; riuscita a recuperare una vita normale, essendo ancora sconvolta la sua mente dal terribile avvenimento.
E qui entra in considerazione la prima, gigantesca mistificazione del film di Soavi: la scelta di Lucia di schierarsi con la RSI, di essere con la Patria, per riscattare l&#8217;onore d&#8217;Italia cancellato dal vergognoso tradimento dell&#8217;otto settembre (emblematica della medesima scelta fatta da tanti giovani come lei), deriva da l&#236;, dallo stato di sofferenza morale e soprattutto mentale della ragazza: in altri termini, Lucia si schiera con le brigate nere ed &#232; pronta a cercare &#8220;la bella morte&#8221;perch&#233; &#232; disperata, peggio ancora perch&#232; non &#232; in condizioni di equilibrio psicologico tali da farla ragionare (il film per il sottoscritto francamente avrebbe potuto gi&#224; chiudersi qui, ma pur avendo capito l&#8217;antifona, ho voluto vedere fino a che punto di rappresentazione tendenziosa ed ingannevole si volesse arrivare). 
Insomma, pure con il film di Soavi si continua e si insiste a non voler capire, e soprattutto a non avere rispetto per le scelte fatte in buona fede, che pure si possono, per carit&#224; legittimamente, non condividere: ma fare passare aprioristicamente il messaggio che chi si schier&#242; con la Repubblica Sociale Italiana fosse un folle od un esaltato od ancora un bieco fucilatore motivato dall&#8217;odio e dal rancore, significa non fare nemmeno un piccolo sforzo verso la comprensione delle ragioni dell&#8217;altro, ma al contrario volergli solo appiccicare un&#8217;etichetta, quella dell&#8217;infamia. 
E le &#8220;sorprese&#8221;per cos&#236; dire, non sono affatto finite: Soavi tratteggia la figura di Francesco Dogliani come quella di un uomo che non prende posizione, che discute in casa del padre (un mutilato della prima guerra mondiale, che ha trasmesso ai figli i valori dell&#8217;onore, del dovere, della Patria, anche se poi all&#8217;arrivo dei fanatici partigiani che gli bruceranno la casa-prima che i due anziani coniugi si suicidino per non cadere nelle loro mani- la moglie terr&#224; a precisare che essi sanno che non sono mai stati fascisti) con i fratelli schierati su fronti contrapposti del fatto banalissimo che ci sia voglia di sangue da una parte e dall&#8217;altra, anche lui per&#242; affrettandosi, dopo aver ribadito il suo lealismo istituzionale -di lealt&#224; alla polizia di cui &#232; fedele servitore, ma questo &#232; semmai un argomento a sfavore di chi dice che il fascismo fu un totalitarismo e non invece pi&#249; esattamente un regime autoritario, come il grande De Felice ha tentato a suo rischio e pericolo in anni difficili di fare capire) a dichiarare le sue simpatie per la resistenza.
Ed anche la bella scena dell&#8217;arruolamento volontario delle ausiliarie della RSI, fatto con l&#8217;entusiasmo ed il sorriso sulle labbra derivante dalla convinzione interiore di servire la patria tradita, umiliata ed offesa dal repentino revirement delle alleanze appena si &#232; capito che le cose si mettono male, viene per&#242; immediatamente (ahi Soavi, se non avevi il coraggio di imbarcarti in un cammino cos&#236; accidentato potevi risparmiartela questa farsa) fatta seguire dalla crudelt&#224; di una impiccagione di partigiani, a m&#242; di presa di distanze mascherata sub specie atrocit&#224; e miserie della guerra civile.
Ed inoltre, mano a mano che la rappresentazione prosegue, Soavi ripropone i soliti logori, risaputi, obsoleti stereotipi per immagini dell&#8217;antifascismo, come ad es. la denigrazione del soldato germanico: cos&#236; ci viene mostrata la crudelt&#224; del capitano tedesco Kurt, impersonato da Stefano Dionisi, che dopo aver giustiziato freddamente dei prigionieri, degrada quasi a m&#242; di macchietta a vigliacco agnellino nel momento della sconfitta, con quel fazzoletto bianco di resa tra le mani che lo rende ancora pi&#249; simile ad uno dei personaggi usciti dalla matita di Bonvi, un ridicolo crucco da Sturmtruppen; ed immancabile, la scena in cui il machismo ideologico dei fascisti li porta ex se, automaticamente, ad infastidire e molestare la povera Bobulova indifesa.
Ci&#242; posto,ditemi voi, onestamente,se questo pu&#242; essere considerato un film fascista! 
L&#8217;ambiguit&#224; della pellicola diretta da Soavi traspare chiarissima, perch&#233; &#232; fuori discussione l&#8217;intento di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, con la vile mancanza di una presa di posizione sui fatti, che rispetto a quanto narrato nel libro di Pansa, non &#232; mai netta ed esplicita (al riguardo mi fa specie che un uomo coraggioso come Gianpaolo Pansa, dopo essere stato nell&#8217;occhio del ciclone delle  critiche pi&#249; sporche e calunniose, non disconosca un film che tradisce lo spirito del suo valoroso, meritorio, sofferto, perch&#233; proveniente da uomo di sinistra, sforzo intellettuale).
Della serie: c&#8217;era bisogno di tanto clamore e di veti pi&#249; o meno dissimulati, a Venezia prima ed a Roma poi (per la verit&#224; ivi ammesso in extremis ma in concorso per nulla) per questo mediocre, inconsistente, sovradimensionato &#8220;strumento del revisionismo&#8221;?
A chi pu&#242; nuocere l&#8217;ermafrodita pellicola di Soavi?
Peraltro anche sotto l&#8217;aspetto della sceneggiatura, il film appare fasullo, pieno zeppo com&#8217;&#232; di dialoghi inconsistenti e superficiali; senza nessuna profondit&#224; nella caratterizzazione dei personaggi, stereotipata ed improbabile; con una confusione nella narrazione data dalla appiccicaticcia, strumentale, cervellotica diversit&#224; dei piani della rappresentazione storico temporale (Placido- Francesco Dogliani che compare ovunque, onnipresente, a Roma come a Saluzzo, durante e dopo la guerra, e sfila indisturbato tra le fila dell&#8217;uno e dell&#8217;altro schieramento fidando sulle protezioni della sorella repubblichina e del fratello partigiano; comico lo scambio di identit&#224; tra la prostituta e la sorella attrice amante del gerarca &#8211;un classico- di cui assume le spoglie, dopo averla soppressa).
Insomma: un pasticcio indigeribile.
Del film voglio salvare una scena, di cui per onest&#224; corre l&#8217;obbligo esaltare l&#8217;efficacia del simbolismo in essa presente: quella, sul finale, della raffica che trancia di netto, in due, la cartina dell&#8217;Italia affissa al muro della scuola dove si svolge il conflitto a fuoco tra i partigiani e gli ultimi fascisti che non si sono ancora arresi; essa costituisce la plastica, amara, triste constatazione di una frattura che, per strumentale, cinica volont&#224; politica non si &#232; voluta mai ricomporre e di una mancata pacificazione nazionale che non &#232; stata mai perseguita, perpetuando anzi e di pi&#249;, attraverso una ritualit&#224; fasulla e manichea esaltatrice di una lotta fratricida, una divisione ed un odio che ha portato lutti e rovine ed una incompiuta condivisione di valori e di principi. 
Da ultimo, mi piace sottolineare che almeno da un punto di vista figurativo e delle immagini la pellicola si fa apprezzare: &#232; bellissima, e mi rester&#224; impressa, l&#8217;icona della Nedelea col basco nero e la sua ostentata fierezza; ma anche in questo caso, subito dopo aver fornito tale pittura, Soavi ci tiene a far capire che vuole prendere le distanze, quasi a scopo preventivo, per evitare di essere dipinto come apologeta, e nel momento pi&#249; difficile per le sorti(compromesse)della battaglia descrive la fervente repubblichina perplessa ed indecisa, se scappare o continuare, e le fa addirittura togliere quel basco nero poco prima esibito con orgoglio; e soprattutto, con una interpretazione falsa e deformante, ci suggerisce che se Lucia decide di coniugare il &#8220;boia chi molla&#8221;dannunziano, ebbene a guidarla &#232; un mero &#8220;cupio dissolvi&#8221;(poi, per colmo della casualit&#224;, sar&#224; proprio lei ad uccidere il fratello partigiano Ettore, una trovata non proprio&#8230;originale per evidenziare il carattere di &#8220;de bello intestino&#8221; di quella guerra).
E non basta la scena del bestiale linciaggio di Lucia ed il patetico, ridicolo tentativo del fratello commissario Francesco di sottrarla agli sputi, al taglio dei capelli per sfregio, alla rabbia popolare (fatta naturalmente passare per comprensibile rappresaglia) tra le bandiere rosse (e quel tricolore assolutamente improprio e fuori posto per quegli invasati supporter del sol dell&#8217;avvenire internazionalista) per salvare il film dalla sua ambiguit&#224; di voler distribuire le colpe un po&#8217; per ciascuno, a destra e a manca, diretta conseguenza della mancanza di coraggio del suo regista, incapace di una presa di posizione chiara, netta, senza equivoci pur a circa 70 anni di distanza da quegli avvenimenti.
Per concludere, le considerazioni sui vinti (ma non doveva incentrarsi sul &#8220;sangue&#8221; degli sconfitti il film?) sono banali e marginali, per di pi&#249; fatte nei ritagli della narrazione, senza  sincera compassione; e contentino misero non pu&#242; essere costituito dalla riflessione a corredo della scena di chiusura sulla diversit&#224; di trattamento tra il fratello partigiano morto diventato eroe di guerra e la povera Lucia sepolta invece anonima, nelle fosse comuni.
P.S. Dimenticavo il quadretto rappresentato dalla figura di Foresi, l&#8217;ex portantino dell&#8217;Umberto I divenuto, in quel capovolgimento di posizioni post 8 settembre, capo partigiano, ed autoinvestitosi dello  &#8220;ius vitae ac necis&#8221;, di decidere cio&#232; della vita e della morte dei nemici prigionieri, che tronfio risponde a Dogliani: &#8220;Noi la stiamo vincendo questa guerra! 
Testimonianza, questa s&#236; autorevole ed efficace, di come per molti abbia pagato, in termini di costruzione di carriere, il cursus honorum, parafrasando Sciascia, di &#8220;professionisti dell&#8217;antifascismo&#8221;.  

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    <title>Il nastro bianco (2009)</title>
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      <name>Luca</name>
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    <updated>2009-10-21T10:54:33Z</updated>
    <summary>In un villaggio tedesco alla vigilia della Prima Guerra Mondiale avvengono fatti strani: incidenti, sparizioni, aggressioni, suicidi, vaghe minacce esterne aleggiano. L'ordine sociale &#232; messo in discussione, le tensioni crescono, sia il paternalismo che l'autoritarismo falliscono nel dialogo con le nuove generazioni. 

Haneke gira unaa lunga parabola, narrandola dal punto di vista del medico condotto, con austerit&#224; e rigore come in un Bergman d'annata, usando un bianco e nero contrastatissimo: distese di neve in high key a riempire uno schermo in cui lo sguardo affoga, interni in luce naturale e ridottissima profondit&#224; di campo a isolare i visi contratti nell'umiliazione, nel senso di colpa, nel desiderio di vendetta. Bianco e nero come la rigida morale del parroco locale, bianco come l'innocenza infantile, forzata con l'imposizione di un nastro che &#232; un marchio d'infamia, nero come l'anima degli adulti che in pubblico sfoggiano rigore e rettezza e in privato scatenano un inferno di abusi, verbali e non.

Tra echi del Villaggio dei dannati e the Village di Shyamalan (la paura, il terrore sociale, l'ombra del nemico esterno aleggia pesante nell'aria, nei giorni immediatamente precedenti all'attentato di Sarajevo) quella che Haneke mette in scena non &#232; una societ&#224; superata che appartiene a un secolo terminato, ma la tensioni sociali attuali e recenti, il massacro reciproco che tutte le generazioni hanno vissuto e alimentato, la sovversione, la repressione, la faccia primitiva, violenta e incapace di seguire  regole civili che si nasconde dietro all'immagine di civilt&#224; e progresso di cui si sono ipocritamente ammantate le societ&#224; europee dell'ultimo secolo.

Il mostro della prevaricazione, violenta, usurpatrice, vendicativa e fratricida, &quot;Cach&#233;&quot; dietro a un'illusoria facciata di regole, ordine, progresso. Haneke, come ogni volta, spietato, abrasivo, scabroso, e per questo sempre pi&#249; necessario. Da vedere.</summary>
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    <title>Motel Woodstock (2009)</title>
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      <name>Luca</name>
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    <updated>2009-10-12T15:02:50Z</updated>
    <summary>Strana scelta quella della comedy per raccontare gli eventi che portarono alla nascita dello storico - ormai, grazie anche al cinema, quasi mitico - festival di Woodstock. Strana scelta per un autore solitamente intimista, riflessivo e rigoroso come Ang Lee, che mi sono sempre immaginato un po' come l'antitesi del cinema pop.

Fatto sta che funziona, l'approccio comedy al dove e come un timido e sfigato ragazzotto delle Catskills ebbe un ruolo fondamentale nella nascita del Pi&#249; Grande Evento di Tutti i Tempi. Funziona grazie a tempi e modi della rock comedy rodati da anni (penso a Almost Famous), e grazie anche a un ottimo casting, con un Liev Schreiber semplicemente strepitoso. Funziona la formula met&#224; fiction e met&#224; film storico, e in quanto rock movie funziona persino anche quasi senza un singolo momento di musica live.

Certo l'approccio &#232; tradizionale e abbastanza prevedibile: comedy classica che non scontenta (ma forse nemmeno esalta) nessuno. Un Ang Lee anomalo, per un film leggero leggero che diverte e disseta ma si dimentica subito.</summary>
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    <title>Motel Woodstock (2009)</title>
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    <updated>2009-10-07T11:21:16Z</updated>
    <summary>Strana scelta quella della comedy per raccontare gli eventi che portarono alla nascita dello storico - ormai, grazie anche al cinema, quasi mitico - festival di Woodstock. Strana scelta soprattutto per un autore solitamente intimista o comunque riflessivo e rigoroso come Ang Lee, cdhe mi sono sempre immaginato un po' come l'antitesi del pop.

Fatto sta che funziona, l'approccio comedy al dove e come un timido e sfigato ragazzotto delle Catskills ebbe un ruolo fondamentale nella nascita del Pi&#249; Grande Evento di Tutti i Tempi. Funziona grazie a tempi e modi della rock comedy  rodati da anni (penso a Almost Famous), e grazie anche a un ottimo casting, con un Liev Schreiber semplicemente strepitoso. Funziona la formula met&#224; fiction e met&#224; film storico, e in quanto rock movie funziona persino anche quasi senza un singolo momento di musica live.

Certo l'approccio &#232; tradizionale, prevedibile, forse persino poco coraggioso. Comedy classica che non scontenta (ma nemmeno esalta o appassiona) nessuno. Un Ang Lee anomalo, per un film che immediatamente diverte ma si lascia dimenticare dopo poche settimane.</summary>
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    <title>Gran Torino (2008)</title>
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      <name>Lad</name>
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    <updated>2009-09-29T10:58:43Z</updated>
    <summary>Immerso in una societ&#224; moderna che non sopporta e verso la quale non fa nulla per integrarsi, Eastwood &#232; lo stereotipo dell&#8217;americano (e quindi dell&#8217;occidentale) medio invecchiato: reduce di guerra, sprezzante, razzista e morbosamente attaccato agli oggetti di sua propriet&#224;. Si trova contemporaneamente ad affrontare la missione di un prete cattolico, che vorrebbe elevarlo spiritualmente, e l&#8217;invasione di immigrati di varie culture che ne colonizzano il quartiere. Ha alle spalle l&#8217;esistenza di un americano normale e di fronte, in fin dei conti, solo la morte. Questa &#232; l&#8217;emergente consapevolezza che Eastwood, attraverso il suo protagonista Walt Kowalsky, deve affrontare e che finalmente lo spinge a soffermarsi su ci&#242; che rende un&#8217;esistenza una vita, ossia la possibilit&#224; di scegliere.
&#8220;La cosa che tormenta di pi&#249; un uomo &#232; quello che non gli hanno ordinato di fare&#8221;. Walt Kowalsky capisce che non solo la vita permette di scegliere fino alla fine, ma, volendo, consente anche di trasmettere qualcosa a qualcuno, attraverso un&#8217;assunzione di responsabilit&#224; che pu&#242; dare alla vita un senso che va oltre l&#8217;esistenza. E se gli errori fatti in vita bruciano ma sono inevitabili, di fronte alla morte tutto diventa pi&#249; difficile perch&#233; decidere come affrontarla &#232; ovviamente la scelta fondamentale. 
La bellezza di questo film sta tutta nella fatica e nello sforzo con i quali, lentamente, tra ripensamenti e prove di forza, arriva alla sua conclusione, maturata tra due alternative (come in sostanza qualsiasi scelta) che emergono come le uniche possibili. Scavando nell&#8217;animo del suo personaggio (di se stesso) Eastwood riesce a rappresentare lo stato della nostra societ&#224;. Su di essa emerge l&#8217;eroismo privato di un uomo che decide di affrontare una globalizzazione spesso imposta, e che quindi non fa che accentuare la &#8220;voglia&#8221; di legami famigliari, tribali o campanilistici di convenienza, guardando dritto negli occhi e nell&#8217;animo delle persone. La decisione finale, in fondo, si risolve nel darsi una risposta alla domanda &#8220;per chi scegliere?&#8221; capendo che si &#232; solo uno fra gli altri destinatari, anzi che le alternative sono tu o qualcun altro.
Per una volta il protagonismo di Eastwood diventa davvero eroismo, con il coraggio di andare fino in fondo e la capacit&#224; di mettersi in gioco con sincerit&#224;. Per questo Gran Torino &#232; un capolavoro: perch&#233; guardandolo si assapora tutta la fatica dell&#8217;autore. A 78 anni Eastwood mi appare finalmente maturo. E&#8217; stata una maturazione sofferta, ma adesso si pu&#242; gustare un frutto davvero eccezionale. 
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    <title>District 9 (2009)</title>
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      <name>Luca</name>
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    <updated>2009-09-14T18:46:41Z</updated>
    <summary>(Probabilmente inevitabili minispoiler)





Comincia, e c'&#232; subito tutto quello che desideri da un grande B movie di fantascienza: l'approccio innovativo a una trama classica, lo stile pauperista-documentaristico-chic &#224; la Cloverfield, lo sguardo nuovo, l'ambientazione originale, gli effetti speciali di qualit&#224;, un protagonista non invadente, alieni credibili trattati in modo originale e sorprendente.
La metafora dell'immigrazione (sbarco, detenzione, ghettizzazione, abbrutimento) su cui si basa la storia dello sbarco alieno di District 9 &#232; davvero un'idea brillante, trattata in modo intelligente e socialmente credibile senza essere buonista. 

Dopodich&#233; prende vita la trama e il film si trasforma gradatamente in un action-thriller, e ancora qui ci stiamo perch&#233; non c'era da aspettarsi due ore di metafora e di critica sociale. Nel secondo tempo per&#242; il film prende la piega dell'action-sparatutto alla Black Hawk Down (lo ricorda da vicino, a tratti), trascurando un po' i personaggi, molto la trattazione della critica sociale, fino a giungere a un finale da blockbuster che &#232; tutto tranne quello che ci si sarebbe aspettato dalle prime scene.

Per questa ragione si comincia gingillandosi con un gioiellino originale ma che come spirito e slancio ricorda Cloverfield, Starship Troopers e Robocop, e dopo due ore di costante declino ci si trova tra le mani se non un Michael Bay almeno un Emmerich, e neanche dei pi&#249; riusciti. Peccato. 
Comunque godibile, il film funziona fino in fondo, prendendolo per quello che &#232; (anzi, che diventa). Basta saperlo.
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    <title>Terminator 2 - Il Giorno del Giudizio (1991)</title>
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      <name>mod&#236;</name>
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    <updated>2009-08-21T14:41:07Z</updated>
    <summary>Chi non gode di un film simile: Terminator &#232; uno dei film pi&#249; importanti del nostro
tempo, Terminator II &#232; stata una esplosione quando &#232; uscito, prima cos&#236; come &#232; 
da vedere ora. Lo sapevamo allora e lo sappiamo tutt'ora, 
nel dvd le caratteristiche includono: 
due rimorchi dalla tv, due teatri degli Stati Uniti 
e uno per i teatri stranieri, due documentari e una retrospettiva con 
James Cameron di 18 minuti. Pu&#242; essere migliore? Il
ritratto solitario di Michael-Reese &#232; impeccabile. ogni movimento degli occhi, ogni espressione del viso, ogni parola &#232; quella del suo carattere. Linda Hamilton..
una donna normale, resiste e trova la forza per andare avanti. La storia di questo
film comporta un dato di fatto, non solo un concetto, 'terminator', 
una macchina somigliante a un essere umano mandato indietro nel tempo per eliminare
chi porta la rivoluzione umana contro le macchine, e una donna, il nome 
della donna mirata per la terminazione &#232; Sarah Connor, per il suo nascituro,
non sapendo esattamente chi &#232; lei, elimina altre due donne con lo stesso nome.
Quando vedi il film sai che stai osservando Arnold Schwarzenegger.. il T Mille &#232; troppo cattivo e non ha mai ricevuto il riconoscimento per il merito. Terminator II &#232;
diventato un classico istantaneo, e da allora &#232; solo grande 
e solo continua a migliorare, perch&#232; &#232; il migliore. ( bologna, 03/10/2008 )

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